È tutta colpa del Monte Crostis
La storia va così: tanti anni fa, era novembre, sono andata per la prima volta sul Monte Crostis. Era una giornata bellissima, e lassù c’era tutto ciò di cui ho bisogno nella vita: sole, cielo blu, una libertà infinita. Non c’era nessuno. Ero con Amélie e Finley, con uno zaino piuttosto pesante e una macchina fotografica grande. Non avevo fretta di scendere, sul Crostis sarei potuta restare per sempre. Perché? Tutte le cime sono belle, ma il Crostis è ancora oggi per me qualcosa di speciale – perché è così vasto, così umile, così accogliente.
Quando sono tornata a Givigliana, il paese dove avevo lasciato la macchina, un signore gentile in una delle ultime case mi ha chiesto se volevo un tè. Forse si vedeva che avevo un po’ freddo; oppure voleva solo compagnia, e ha trasformato quel desiderio in un invito. Ho detto sì, e quel tè è durato fino a tarda notte. Senza sapere una parola di italiano abbiamo parlato di molte cose; non solo di montagna e non solo del Crostis, ma anche di anime umane, di storia, e del fatto che la vita non è sempre facile. Vivere da soli in un piccolo paese di montagna…
Aldo Agnese di Givgliana

Quella sera aveva un’aria allegra. Aldo, il signore che mi aveva invitato a bere il tè, ha preso la chitarra e ha cominciato a suonare canzoni. Io ascoltavo e con la mente viaggiavo – immaginavo com’era quella cucina decenni fa, e pensavo a cosa significhi vivere così, in solitudine. Sorseggiavo il tè, i cani si scaldavano vicino alla vecchia stufa, Aldo parlava di tutto. Sì, di tutto; e non mi sembrava affatto strano che uno sconosciuto mi raccontasse la sua vita. Perché sembrava che, anche se ci vedevamo per la prima volta, ci conoscessimo da sempre.
E il seguito della storia? Negli anni successivi andavo da Aldo a bere il tè ogni tanto, un paio di volte all’anno, quando ero nei paraggi. Siamo diventati amici, nonostante la differenza d’età, la mia ignoranza dell’italiano e i nostri stili di vita diversi: io ragazza di città, lui da sempre nella solitudine carnica. Non mi sono mai chiesta perché ci capivamo, solo dopo la sua morte ho capito che ci capivamo perché ci accettavamo. Così come siamo. E perché ci univa un amore infinito per la libertà della montagna. Sì, la libertà in montagna è qualcosa di speciale.
Diciamolo più spesso: “Ce biel!”
Aldo è morto nel 2020. Una volta mi ha mandato un SMS, dicendo che dovevo assolutamente andare in ospedale a Tolmezzo. Non mi ha detto che aveva un melanoma e che probabilmente non sarebbe finita bene, mi ha solo detto che voleva che conservassi un foglietto. Su cui c’era scritto che mi lasciava tutto. Ho abbracciato Aldo, l’ho ringraziato e gli ho detto che sarebbe andato tutto bene. Ho conservato il foglietto più come ricordo che con l’intenzione di ereditare qualcosa. E invece, sì, ho ereditato qualcosa; quando Aldo è morto e i parenti lontani – non ne aveva di vicini – hanno cominciato, praticamente poche ore dopo la sua morte, a vendere tutto ciò che aveva costruito in vita, ho deciso che no, che questo no. E mi sono lanciata nella mia avventura carnica.
Sono a Givigliana perché un gentile vecchio signore, che nella vita non ha mai trovato felicità se non tra le montagne, mi ha chiesto di continuare il suo cammino. Un cammino alla ricerca della libertà, ma anche di relazioni umane vere e pure. Nel primo mese, mentre camminavo nel bosco vicino, tutto mi sembrava incredibilmente bello: il bosco di abeti, la pendenza, l’erba ingiallita, il sole che filtrava tra i rami. Una vecchia signora, da cui andavo a bere il tè dopo la morte di Aldo, le ho chiesto come si dice “che bello” in friulano. E lei ha detto con dolcezza: “Joooj, ce biel.” E in quel momento ho capito che ero venuta a Givigliana per diffondere quel “ce biel”. Perché le persone, stanche della vita o degli altri, potessero tornare a vedere la bellezza nelle piccole cose che le circondano. Che “ce biel” sia la bussola per ritrovare la propria strada. E se stessi.
